domenica 14 marzo 2010

di aperitivi.


perché ogni tanto unA DEVE rendersi ridicola.
anche raccontando una cosa del genere sul suo blog.
altrimenti ci si prende troppo sul serio. 
poi, guardando gli Osbourne tutto sembra più banale.

e banale per banale iniziamo la narrazione.
grazie alle care Gina e Pina stasera ho riflettuto sulla serietà del mio blog.
e ogni tanto è giusto riportare qualche cazzata.

si era in quel del Metrò, un lunedì sera, a fare aperitivo.
io, una scimmia e dei suoi amici.
da premettere che io ero convinta di passare il preserata con altre persone e trovarmi a quel tavolo con quella compagnia inaspettata mi ha un po' spiazzato.
evabbè.

quelli che vedete in alto sono i cocktail che ho bevuto, nell'ordine:
UNO SPRITZ conviviale;
2 MANHATTAN (di cui uno gentilmente offerto dal proprietario.. cariiiiiino! che sorpreso alla mia richiesta del suddetto me ne ha promesso un secondo se mi fosse piaciuto. e al secondo regalato non si dice di no.)
UN STRAWBERRY MARGARITA (delizioso per quel che posso ricordare)

a parte il fatto che, e allora cacchio èvvvvero, dopo un paio di drink tutti son più belli..
e l'aver scoperto al bancone che il mio drincagnolo, cocktellaro.. inZomma, quello che shekera..
il barman, ecco. 
e l'aver scoperto che il manhattan è anche il cocktail preferito del BIG barman, sono uscita, alle 20 circa (penso) dal locale, con l'uomo che a stento faceva finta di conoscermi e una sbornia colossale. e per fortuna non avevo i tacchi.


da qui in poi è solo dolore.
il tragitto (breve per fortuna2) in macchina, fino a casa, è un vago ricordo.
un'istantanea confusa, con tempi di scatto lentissimi, di una strada piena di luci rosse e arancio che rigavano il mio orizzonte, lasciando strisce abbaglianti dietro i miei occhi.
un ciondolare cercando con tutte le forze mentali di non abbandonarsi al delirio e controllare lo sbiasciamento andante delle parole.
(e se ci penso ora mi gira ancora la testa e ho la nausea)


arrivata a casa ho avuto la lucidità di salutare il mio cane prima di abbandonarmi sul divano.
di tutti i discorsi della scimmia non ricordo nulla. solo che è andato in bagno.
dopodiché ci sono andata io.
ed ho stretto amicizia col water. condividendo con lui stuzzichini, mix alcoolico ed una considerevole quantità di olive.
quante olive ho vomitato.. nere.
le stesse olive che pensavo mi sarebbero state amiche, con la loro oleosità.
mai presupporre cose, mai fare calcoli bio-chimico-fisiologicin quando si è sulla buona strada per il coma etilico.


e dopo aver vomitato.. mi sono lasciata andare sul fresco pavimento azzurro del bagno.
aaaaaaahhhhhhhhhh... che goduria.
mattonellato amore mio.


senonché la scimmia sopracitata, in quelle due volte che ricordo di averlo sentito entrare, è stato proprio carino.
perché è venuto e mi ha coperto con l'asciugamano caldo. 
L'ho odiato.
mamma quanto l'ho odiato.
perché quel tepore ha risvegliato la nausea risvegliando ME che finalmente avevo trovato pace nella botta di sonno post sbornia.

Ma oltre il danno, anche la beffa! 
poiché il mattino seguente vengo a conoscenza di un reperto digitale che mi ritrae distesa tra water e bidét. e con la lucidità post-sbronza colgo il dettaglio mancante: l'asciugamano!
il che voleva dire che l'uomo, stronzo, prima m'ha scattato la foto e poi, preso dal rimorso di coscienza, m'ha coperto. 
come si copre un cadavere.
se mi tracciava intorno una linea con il nastro isolante bianco sarebbe stato perfetto.


E COMUNQUE, NONOSTANTE TUTTO, IL MIO PREFERITO RIMANE IL MANHATTAN.

venerdì 12 marzo 2010

If I could fly I'd come to see you wherever you are
I would lie down beside you while you're sleeping
and with simplicity ... I'd spend a little time
just a little time with you

With simplicity, I'd listen to your breath
listen to your heart beat
I would be so near, we could push away the fear
I'd come to see all of your tears
I'd come to see all of your smiles
with butterfly eyes ...

And you would know who I am
and I would know who you are..

domenica 14 febbraio 2010

[nnu]TRONP#1: [not necessarily understandable] Thoughts Rearranged On Nonexistent Paper

riuscite ad immaginarla? 
un'anima così. leggera come carta di riso, imbiancata da un primordiale stupore che non riesce però a renderla del tutto volatile e illusa. un'anima che della sua completa capacità di vedere le cose è sempre vittima.

riuscite ad immaginarla?
rimasta ancora bambina. in piedi, su delle scarpe rosse. capelli neri abbondanti e una schiena piccina e bianca. troppo piccina per sostenere la consapevole realtà di tutta quella vita. troppo bianca e immacolata da potercela scarabocchiare sopra, la vita.

eppure lei se la scriveva addosso. un pezzo alla volta. con pennini che graffiavano la pelle. 
col sangue se la scriveva, la vita. con le unghie, per aggrapparsi a qualcosa. vittima di quella sensibilità esplosa chissà quando. e chissà come, inconsapevole e tiranna.
con le unghie a strapparsi la pelle.
che la pelle altro non era che l'anima. per lei.
e l'anima ce l'aveva sulla pelle. e a toccarla rabbrividiva, l'anima sua. così nuda.
perché troppa era l'emozione di quel contatto che non vedeva intermediari tra il fisico e il metafisico. 

tutto in uno. un'unica ferita. 
e il sangue come inchiostro di una vita scarabocchiata addosso.

e come l'affronti una sensibilità così.
come fai a dirle che.
allora la sfiori. col fiato caldo che hai. che basta a un brivido. un male sì, ma forse il minore, per quella pelle nuda, anima di carta di riso. 
per
non spaventare.
per 
non creare
una frattura.
per
non concretizzare 
la paura,
per
non farla
scomparire.
perché il rischio è questo. di questo si parla.
una fragilità così trasparente, così sottile, da non avere il tempo di tramutarsi in trauma.
ma in grado di far scomparire.


quante persone avete visto scomparire?
nella nebbia buia dell'indifferenza, 
nel catrame nero e denso del dolore che avvolge e soffoca, 
lungo il sentiero ripido e scivoloso della disperazione, che spezza il pianto in singhiozzi incontenibili.
io ho visto lei. l'ho guardata scomparire pian piano. con tutta la sua ingombrante vita addosso.
che sulla pelle sua tutta, ormai, non ci stava più, la vita. 
su una pelle così piccola ogni spazio era già stato graffiato. 
la sua anima lacerata a brandelli tentava di tenersi insieme, ed ogni volta che il cuore batteva un po' più forte si tendeva allo stremo, e urlava. la sua anima, la sua pelle urlava, i margini delle sue ferite urlavano. 
gemevano e gemevano, attendendo la ripresa di un battito regolare. 
che non avrebbe fatto altro che abbandonare i brandelli smagliati e sottili - sempre più sottili - di quella pelle carta di riso a penzolare per un po'.
di quell'anima carta di riso a penzolare per un po'.

io ho visto lei. l'ho guardata mentre mi guardava. io come vuoto per i suoi occhi. e lei che accarezzava la gatta. e poi si accarezzava i capelli. e guardava me - oltre me. guardava quel vuoto che ti lascia il dolore ennesimo. 
che ti taglia, ti entra prepotentemente dentro, con una violenza, con un abuso; 
che ingombrante, obeso com'è, ti spacca. e poi ti lascia il vuoto.

e come la salvi un' anima così.
come fai a tenderle la mano. con cosa la prendi, come l'allacci a te. 
come fai a tenerla con te, tu che il male prometti di non farglielo. come puoi esserne sicuro. cosa ti fa presupporre tanta certezza.
le cose sono sempre complicate. gli animi sono complessi, sempre. quasi sempre.
e come fai.
tutto può farle male. 
una sensibilità bianca e sottile come quella. leggera così, che non fai in tempo a pensarci e già non te ne accorgi più, che c'è, perché intanto lei e la sua anima sono già scomparse.
come fai a essere convinto che non le farai male. qual è la soglia da non oltrepassare.
non c'è più tolleranza.


e allora la lasci lì, quell'anima. te ne vai. perché l'abbandono richiede meno tempo di convalescenza.
all'abbandono serve l'oblio, serve dimenticare.
e se hai sfiorato per poco tempo una pelle così, è più facile che lei ti dimentichi piuttosto che sperare di non ucciderla, tu.

ed è per questo motivo che te ne vai. è in questo modo che ti lasci andare. 
ti abbandoni e te ne vai.
per non guardare quello che sei, per quella parte, anche tu.
per non imparare a soffrire di più.
te ne vai. e abbandoni la consapevolezza. perché certe volte l'ignoranza salva.
continui con la tua vita. 
disimparando a scrivertela sulla pelle, per non diventare fantasma. 
almeno non tutti i giorni.

giovedì 11 febbraio 2010

ci guadagno.. ci guadagno il colore del grano...

certe volte pensi che la vita è una fregatura.
che la vita ti regala pochi momenti belli e poi tutto il resto è un morire giorno dopo giorno. 
ed un veder morire quel che abbiamo intorno.
è un rendersi conto che tutto finirà, molto probabilmente prima ancora che ci esauriamo noi,
che siamo costretti a vederne la fine e a soffrirne.

certe volte pensi che tutto ciò faccia parte del progetto del mondo per finirci, della stessa nostra progressiva morte.
siamo destinati prima o poi, in un modo o nell'altro, a soffrire per qualcosa che muore
o comunque perché abbiamo la stramaledetta coscienza che più passa il tempo più quel qualcosa si avvicina alla fine;
mentre della sua inarrestabile evoluzione noi siamo solo spettatori.

il termine vero e proprio è il punto [.]
la fine non è che l'inizio del resto della nostra vita, senza.
stradannato pessimismo che ci fa nuotare nel liquame.
tutto intorno c'è schifo. non va niente bene.
e per andare bene dovremmo esaurirci prima di tutto e tutti.
bruciare i tempi. tanto il concetto è che si muore. prima o poi.

ma non si può fare, non si può neanche decidere di ridurre i tempi di attesa..
perché, nel fratTEMPO di ATTESA, abbiamo creato dei legami, allacciato un pezzo di noi a qualcuno.

e i legami si creano in un istante.
c'è un piccolo spazio. nel tempo di due persone.
ecco. e si crea questa frattura.
ma minuscola eh? che magari lì per lì non ce ne accorgiamo nemmeno.
é una sorta di dimensione parallela del tempo della nostra vita,
in cui trasportiamo un pezzo di noi e lo mettiamo al sicuro.
in questo strappo spazio|temporale.
lo mettiamo al sicuro. e quello lì è il pezzo che ci ha legati a qualcuno.
e mentre tutto il resto continua ad andare, c'è quel piccolo spazio nel tempo di tutti i giorni che resta immobile,
in cui il legame cresce velocemente ma che non invecchia altrettanto rapidamente.
in cui il legame si impegna a maturare ma contemporaneamente rimane intatto.

e quindi ritorniamo al discorso di prima. 
e cioè che,
scegliendo di morire per non soffrire dell'inesorabile esaurirsi di tutto e della nostra incapacità di metterci un freno,
scegliendo di farla finita perché - se prima o poi si muore - è uno spreco di tempo vivere (soffrendo, tra l'altro),
questa scelta drastica presuppone che alla fine arrechiamo un dolore a chi si è allacciato a noi.
quindi non ci sentiamo neanche liberi di morire. perché c'è chi ne soffrirebbe.
e il mondo ci appare come coperto da un'intensa e abbondante nevicata di cacca.

ma a noi poi.. che ci frega di chi rimane e soffre...? l'importante è andarsene.

mmmmm...
e invece, nonostante la necessità egoistica di farla finita,
non ci va che tra tanta sofferenza generale, la sofferenza di qualcuno venga incrementata da un nostro gesto..
cazzo. questa è una mancanza di libertà. che merda. non siamo liberi di scegliere.

ma il non avere libertà di scelta presuppone che, dannazione, ci siamo legati anche noi. in fondo.

il legame sottintende una rinuncia alla libertà.
cioè..
noi prendiamo la nostra carta della libertà - che ce la danno in dotazione con l'anima, da piccoli - e strappiamo via un angolino.
rinunciamo a un pezzettino di libertà, legandoci a qualcuno, e glielo regaliamo.
ed è come un investimento. possiamo regalare un po' della nostra libertà a qualcuno.
e aspettare che il capitale investito cresca, e ci renda più liberi, con un guadagno del 2% di affetto e amore.
di questo si tratta.

il legame più limpido richiede una resa dei conti molto molto limitata.
che arriva, in questo caso, alla comprensione da parte del ligante del nostro rifiutarci di vivere perché questo mondo ci fa schifo.
un po' come quando si dice di un nostro caro, molto malato: stava soffrendo tanto.. meglio che se ne sia andato.

certo, io son convinta che la persona a-cui-ci-si e che-si è VERAMENTE legata può capire questo,
può capire la nostra decisione di farla finita
può comprendere che noi non sopportiamo di vivere accorgendoci che tutto intorno è destinato a finire.
in un vero legame, il ligando soffre per se stesso rimasto solo, ma è capace di comprendere la nostra decisione.
e pensando a noi che abbiamo scelto di non esserci più, può anche sorridere, poiché capisce che noi si stava solo che soffrendo.
ma poi... forse - forse - egoisticamente non comprende perché lui riesce ad esser felice che noi non soffriamo più, mentre a noi, nonostante il legame forte, lui non basta come ragione per voler vivere.

e invece noi rinunciamo a lui per non vederlo morire giorno per giorno. 
e invece noi ci rinunciamo per non soffrire se un giorno se ne andrà prima di noi. ed è egoistico. e vile.
e lo sappiamo, ma decidiamo comunque di tapparci gli occhi, definitivamente. così non ci viene la voglia di sbirciare...
ma i legami selezionano. creano una sorta di tabella che ci fa distinguere nel qualunque il qualcuno.
e si è responsabili del qualcuno. come diceva la volpe al piccolo principe.
e se si vede il legame come responsabilità allora non ci si dovrebbe legare.
anche se è nella natura umana la voglia, il bisogno di farlo.
non ci si dovrebbe legare perché legame sottintende due estremità,
due parti che si tengono insieme.
se lo si vede solo come responsabilità, significa che non si è disposti ad amare. no.
non si è disposti.

poiché, come ho detto prima, la presenza del legame non impedisce a noi di scegliere, anche di morire.
ma, e qui sta la differenza, dovrebbe sottintendere la volontà di vivere.
di vivere quel lento e progressivo morire.
di non starsene inermi a guardare, mentre tutto intorno a noi si esaurisce.
di non soccombere a questa silenziosa disperazione, che ti fa venir voglia piuttosto di metter fine tu, alle cose.

allora..
piuttosto che agire e distruggere, perché non creiamo e viviamo...!
perché non cogliamo l'unica occasione che abbiamo per camminare insieme, sulla lunga o corta strada della vita.
sapendo che prima o poi finirà. e tenendo conto appunto di questo per farlo al meglio delle nostre possibilità, trovando un piccolo sollievo nella condivisione con l'altro, nella semplice PRESENZA dell'altro.
perché starsene inermi, significa scegliere comunque di morire.
con una convalescenza più lunga e dolorosa, che presuppone il morire dentro.
mentre invecchiare, giungere alla fine, dovrebbe sottintendere un periodo di evoluzione.
evolvere in.
e l'importante, spesso, non è la cosa, l'obiettivo, la meta.
l'importante è desiderare, lavorare, viaggiare. perché è in essi che c'è esperienza ed entusiasmo. perché percorrere te la fa sentire, la vita. percorrere significa movimento. evoluzione. cambiamento.
tagliare il traguardo dà soddisfazione, se hai corso e sudato.
significa che sei soddisfatto, anche di fermarti.

lunedì 8 febbraio 2010

LA FUGA[.]


 
Questo uccellino è uno dei tanti di mio zio.

non so come non essere banale nel dire questa cosa.
Ma ogni volta che vedo questa foto penso che
è un esserino che ha reso palese una verità nascosta.

CHE COSA IDIOTAAA!! =_='

sapete quelle cose, quelle che si esprimono con leggi naturali...
come posso spiegarmi.. insomma.

mentre tutti gli altri rimangono terrorizzati nella gabbia e al passaggio di una qualsiasi cosa all'esterno chiudono gli occhi per non vedere, per non sentirsi in pericolo;
mentre non si rendono conto di essere rinchiusi o semplicemente non hanno la fantasia di coltivare il sogno di libertà, 
e si limitano a portare avanti, così, la propria vita, mangiando, arruffandosi le piume nella scodellina del bagnetto, o pulendosi il becco sull'osso di seppia..
mentre gli altri fanno tutto questo,
lui è l'unico che ogni volta tenta la fuga.
e, per non saper volare, o per intervento di esseri superiori,
sistematicamente ci finisce di nuovo, nella gabbia.

strano come una peculiarità di specie, come il volo, 
possa soccombere se non viene mai sviluppata o esercitata.
questo uccellino viene sempre riacciuffato
e io me lo immagino mentre bestemmia dentro di sé, 
lo vedo ad ogni ricattura che si arrovella il cervellino che ha, in cerca di una soluzione per scappare di nuovo.

il problema non è la fuga.
è sempre riuscito ad evadere, in un modo o nell'altro.
il suo problema è il VOLO.
non sa volare.
o magari un po' sì, ma gli serve del tempo.
e l'intervento dell'essere superiore, o della sfiga in generale,
è troppo repentino.
non gli permette di provare. per svolazzare prima su un poggiolo basso con tre o quattro battiti di ali, poi su una pianta, con un po' di allenamento, e poi libero in cielo.
e forse l'ha capito che non si tratta di fuggire.
non si tratta di uscire e basta.
si tratta di aver pazienza, 
di rimanere in gabbia ed allenarsi.
e farsi i muscoletti. studiare la posizione delle penne.
di fare un lavoro di crescita.
che poi la fuga è una conseguenza. 
e si completa con la libertà di riuscire ad allontanarsi dalla gabbia, 
una volta messa la zampetta fuori.

in fondo, l'intervento dell'essere superiore è in buona fede.
perché l'essere superiore lo sa che lui non sa volare.
e che quel mondo fuori dalla gabbia potrebbe ucciderlo ai primi battiti d'ali.
è una tutela. in fondo.
un macabro modo di proteggerlo.

devo leggergli IL GABBIANO J.L., a questo uccellino.
almeno potrebbe imparare come si fa a sentire una a una tutte le piume delle proprie ali, per averne il controllo totale. 
potrebbe imparare che bisogna saper aspettare la corrente ascensionale giusta 
per sfruttarla e dirigersi dove si vuole. 
lontano dai limiti.

forse forse.. me lo rileggo anche io.